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Staiti: «Troppo presto per dare un voto alla stagione, non abbiamo ancora finito...»

La "iena" granata sul gesto di generosità della squadra nei confronti del Santa Maria Nuova: «Siamo grati a questa città, la donazione è fatta col cuore»

Gian Marco Regnani
26.03.2020 19:45

«Facciamo il possibile per tenerci attivi di mente e di fisico oltre a rispettare le indicazioni del governo, fondamentali per uscire da questa brutta situazione...». Lorenzo Staiti, centrocampista classe '87 che in questa stagione ha collezionato 23 presenze e 1 gol (4 assist), usa queste parole per descrivere il momento fuori dal comune che sta vivendo alla pari di tutti gli altri italiani, calciatori e non.

Dove stai passando questi giorni di clausura?
«Sono qui a Reggio con mia moglie. Provando a guardare al bicchiere mezzo pieno, posso dire che in questo contesto abbiamo più tempo da trascorre insieme che prima invece mancava».

Anche tu hai trovato il tempo di coltivare qualche nuovo hobby come i tuoi compagni?
«Io e mia moglie leggiamo spesso, guardiamo dei film e così via. Quello che stanno facendo un po’ tutti insomma, niente di particolare».

Riesci a mantenerti allenato?
«Per fortuna ho una casa grande e posso sfruttare il giardino per dei lavori di forza funzionale. Ovviamente manca la classica trasformazione sul campo però diciamo che riesco a fare un po’ di tutto. Sembra di trovarsi nella prima fase della preparazione estiva quando finisce il campionato e non si è ancora in ritiro: si fa quel che si può».

Come pensi che finirà la stagione? Arriveremo a una fine?
«Trovare una soluzione in grado di accontentare tutti è impensabile. Siamo ancora in una fase in cui il virus si sta propagando: penso solamente ai casi positivi che nel mondo del calcio si registrano praticamente ogni giorno. Ritengo molto difficile che le attività possano riprendere il 3 aprile, per questo dico che sarei disposto a giocare anche in estate. Capisco però che andremmo incontro a delle difficoltà anche di natura burocratica visto che molti contratti scadono il 30 giugno. Noi calciatori rispetteremo cosa ci verrà ordinato e se ci sarà chiesta un’opinione tramite l’AIC la daremo. Ma, ripeto, ad oggi è impossibile capire come finirà. Ci vorrebbe un mago...».

Sei più ottimista o pessimista?
«Il mio sogno sarebbe quello di finire il campionato e penso di parlare anche a nome dei miei compagni. Insieme abbiamo iniziato un percorso meraviglioso ma capisco anche che essere positivi in questo momento è difficile: bisogna guardare alla realtà dei fatti. Pensare di spostarsi da una regione all’altra non è un fatto banale, poi i medici e i fisioterapisti al nostro seguito ora hanno ben altre priorità. Tutte questi sono problemi non di poco conto. Io intanto continuo a tenermi allenato, pronto per ricominciare il 3 aprile. Ma non credo sarà così...».

Che giudizio daresti alla tua stagione fino a questo punto?
«Come squadra stavamo certamente facendo qualcosa di importante, che vorremmo ovviamente portare a termine. Individualmente ritengo di avere giocato un buon campionato in un ruolo da “trequartista di costruzione”, posizione così definita dal mister sulla quale mi ha fatto lavorare tanto in ritiro. Non voglio però darmi un voto, non ritengo ancora conclusa la stagione...».

Qual è la partita che ricordi con più piacere?
«Sicuramente il match del Centenario contro il Carpi. Allo stadio si respirava un’atmosfera incredibile e la voglia di vincere e la tensione si avvertivano già in città nei giorni precedenti. Sul campo è stata una partita praticamente perfetta sul piano del risultato e anche per i bei gol fatti. Quella vittoria ha lasciato un segno importante nello spogliatoio e ci ha dato grande consapevolezza dei nostri valori».

E il gol alla FeralpiSalò dove lo mettiamo?
«Certamente uno dei più belli che ho mai fatto. Il primo nella stagione del ritorno in Serie C, tra l’altro. Il boato della gente dopo un anno tra i dilettanti mette ancora i brividi. E’ stato un gol carico di significato che ha dato il via libera a questa cavalcata entusiasmante che speriamo possa davvero finire nel migliore dei modi».

Quali invece i rimpianti?
«Penso subito alla gara con il Carpi al “Cabassi”, però mi viene in mente anche la sfida casalinga con il Rimini dove vincevamo 2-0 poi sono arrivate l’espulsione e il rigore sbagliato: fino al 40’ i nostri avversari non sapevano dove andare a parare, tuttavia è finita con due punti persi. Altri rimpianti non ce ne sono perché abbiamo sempre avuto una mentalità forte e vincente».

La figura di Alvini quanto ha inciso fin qui?
«Il mister ha radicato in noi una mentalità aggressiva che ci porta a dominare il gioco, magari rischiando qualcosa, ma alla fine ci divertiamo. Adesso se proviamo a fare qualcosa di diverso non ci riesce, torniamo sempre su quel modo di proporci. La forza della Reggiana è proprio quella di giocare in una maniera così aperta e diretta non perché imposta ma perché ce la sentiamo dentro. Abbiamo voglia di sorprendere e portare a casa qualcosa di importante».

Cosa hanno comportato per te gli insegnamenti del mister?
«Nel calcio si tende spesso a giocare a zona, invece il mister ci fa andare molto di più in pressione sull’uomo. Una mentalità del genere, così aggressiva, non l’avevo mai sperimentata in carriera però devo dire che alla fine ne traiamo dei gran benefici e ci fa entusiasmare».

Il dualismo con Radrezza sulla trequarti come lo stai vivendo?
«Molto bene. La rosa è stata allestita con dei doppioni di pari livello per disputare un campionato importante. Con Igor ho un bel rapporto fuori dal campo, in allenamento c’è una sana concorrenza data dal fatto che vogliamo tutti raggiungere un traguardo importante. Tengo molto a sottolineare una cosa...».

Prego.
«Il gruppo sta facendo veramente la differenza. In squadra ci sono dei valori umani importanti. Siamo una squadra profondamente unita e lo stiamo dimostrando anche in questi giorni difficili tenendoci costantemente in contatto».

Una squadra unita, capace di compiere un gesto importante per la città di Reggio...
«In noi si è radicato il senso di appartenenza alla città quindi ci sembrava doveroso dare una mano a chi ci sta permettendo di stare al sicuro e fa sacrifici più grandi dei nostri. Abbiamo fatto una donazione, un piccolo pensiero, per l’ospedale di Reggio. Una cosa fatta con il cuore e non per farci pubblicità. Un atto dovuto, per restituire qualcosa a tutto ciò che la città ci ha dato».

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