La conferenza stampa organizzata sabato mattina nella sede di Immergas è servita a presentare tre figure chiamate a segnare una discontinuità con il recente passato della Reggiana. Figure tutt'altro che sconosciute al mondo granata: Ivano Vacondio, Doriano Tosi e Marco Bernardi. Tra i tre, quello più “frizzante” è stato certamente Ivano Vacondio, una sorta di “signor Wolf” granata di tarantiniana memoria («sono qui per risolvere i problemi»), che nel ruolo di direttore generale ha illustrato quelle che saranno le sue competenze e i suoi compiti all’interno della società, incarico che svolgerà senza percepire alcun compenso - parole sue - e senza entrare nella compagine societaria.


«Ci tengo a ringraziare i soci, soprattutto Amadei, per il ruolo che mi ha voluto affidare – spiega Vacondio, presentandosi –. Nella mia vita ho fatto tante cose, ma il calcio mi accompagna da quando avevo 8 anni. Ce l’ho nel sangue e questo impegno che mi sono preso l’ho accettato a una condizione: non tirare fuori una lira, ma nemmeno prenderne una. Voglio sentirmi dentro questo discorso come un grande appassionato, anche un po’ invadente, che è uno dei miei più grandi difetti».

Vuole commentare la retrocessione della passata stagione?
«Farò presto, perché non avevo ruoli. È stata una retrocessione dolorosa. Retrocedere fa parte del gioco, la Reggiana era una delle candidate, ma quella dell’anno scorso è stata dolorosa, sanguinosa e ha lasciato degli strascichi, altrimenti io e i miei due compagni di viaggio (Tosi e Bernardi, ndr) non saremmo qui».

Che stagione ci aspetta in Serie C?
«La Serie C non è un campionato, è un pantano. Conterà relativamente la qualità che noi andremo comunque ad avere in organico. Affronteremo squadre che adotteranno per necessità una tattica che anch’io adottavo quando allenavo in Serie D: la confusione. Tutti ci aggrediranno, tutti avranno fame e sarà faticoso esprimere la qualità che certamente avremo. Sarà un campionato difficilissimo».

In cosa consiste il suo ruolo di direttore generale?
«Faccio una premessa: tutti noi dobbiamo avere una “mission”. Sul pullman di questa mission tutti devono salire e accettarne le regole. Chi non è d’accordo perché non gli sta bene Doriano (Tosi, ndr), Marco (Bernardi, ndr) o il sottoscritto è pregato di scendere da questo pullman, senza nascondersi dietro i social per orientare l’opinione pubblica senza esporsi dal vivo. Detto questo, non sono venuto alla Reggiana per fare il capoufficio. Tosi e Bernardi hanno fatto un lavoro importante e faticoso di ricerca dell’allenatore, mi hanno presentato una rosa di candidati e mi hanno coinvolto nella scelta del nuovo tecnico. Non ho deciso io: mi hanno coinvolto senza scavalcarmi. Perché anche a livello di soci, se interpreto bene il ruolo che mi è stato affidato, ci si deve confrontare con me quando c’è un problema».

Non sarà facile sempre fare una sintesi tra voi tre.
«Ci sono le deleghe e ognuno fa il suo mestiere. Nel mio ruolo, se ci sono delle difficoltà, per dire anche nel settore giovanile, vorrei essere un riferimento per provare a risolvere la questione. La materia tecnica per me è più facile, perché abbiamo costruito un certo rapporto. Per quanto riguarda l’allenatore, nella scelta di Tesser, Tosi e Bernardi hanno fatto un lavoro contattando i procuratori. Io ho espresso la mia opinione, cioè che tutti gli allenatori sono preparati, ma la differenza la fanno la personalità e il modo di porsi. Tesser, da questo punto di vista, ha un curriculum ed è un signore. La decisione però l’hanno presa loro due. Per farla breve, mi hanno chiesto se mi andava bene questa scelta. Per funzionare così ci vogliono stima e riconoscenza dei ruoli».

Oltre che sull’allenatore, inciderà la sua opinione anche nella costruzione dell’organico?
«Sui giocatori nuovi è importante il parere dell’allenatore oltre che quello di Tosi e Bernardi. Io non vorrei imparare le cose sui giornali, tutto qui. Sui giocatori che sono in organico, invece, penso di poter dire la mia, senza decidere. Sono anni che non manco una partita della Reggiana, quindi penso di aver maturato una certa consapevolezza».

Nella sua esperienza professionale ha già ricoperto questo ruolo di “problem solver”?
«Ho vissuto una vita e una carriera molto gratificanti. E sì, sono qui per risolvere i problemi laddove ci sono, senza volerne creare altri. Se ci sono problemi penso e spero che la mia esperienza possa essere importante per tale scopo».

Il presidente ha parlato di unità di intenti da ritrovare...
«Bisogna che siamo coesi, tutti. È importantissimo e lo dico ad Amadei che fa finta di non sapere, ma lo sa benissimo. La Reggiana è una casa senza porte e finestre: dopo un minuto tutti parlano, tutti sanno e tutti esprimono la loro opinione. Ed è sbagliato. Se vogliamo bene alla Reggiana, se abbiamo la forza e la voglia di vincere il campionato, qualcuno deve ingoiare qualche rospo. Lo manifesti nelle sedi opportune, a me, a Doriano, al presidente...».

È molto chiaro nel suo intento.
«Sono due settimane che mi occupo di questo “giocattolo”, ma è impressionante che nella stessa sede della Reggiana, dove ci sono figure importanti che hanno delle responsabilità, non ci sia armonia. Non so se il presidente condivide, ma io ho avvertito questo. Il mio compito è difficilissimo: sarebbe già sufficiente migliorare questa situazione, senza ambizioni stratosferiche».

Lei ha un carattere “ingombrante”, se così si può dire. Avrà bisogno di grande fiducia?
«Per come sono fatto io, per la mia storia, ho bisogno di essere ben voluto e un po’ “accarezzato”, altrimenti divento un animale pericoloso e non va bene. Perché mi conosco. Concludo con una considerazione fuori tema, ma che sento di dover fare...».

Prego.
«Ho fatto un percorso da calciatore fallito, poi da impiegato, poi da dirigente, poi da amministratore unico e anche una parentesi “romana” con compiti importanti (presidente di Federalimentari, ndr). Ho fatto tutto in competizione, allargando i gomiti per arrivare primo, perché la vita è una competizione. Da quattro anni, da quando ho avuto un lutto terribile (la moglie, professoressa Rosaura Immovilli, ndr), non sono più capace di tenere i gomiti alti. Sono diventato un’altra persona, più disponibile e buona, spero. Quindi non ho voglia di litigare con nessuno: se qualcuno non vuole questo direttore generale, basta alzare una mano e ha già risolto il problema».

Assieme a Tosi e Bernardi lavorerete come un’unica entità?
«Chi mi accompagna, e sono certo di questi due compagni di viaggio, vorrei che affrontasse con me questo compito con armonia. Ripeto che le deleghe sul mercato ce le hanno Doriano Tosi e Marco Bernardi. Loro propongono, parlano con i procuratori e a me chiedono semplicemente un parere. Io non sono in grado di dare alcun contributo fattivo sotto questo aspetto. Comunque sarà un’esperienza difficilissima, soprattutto se ci mettono nel girone B, ma dovremo essere bravi a portare anche un po’ di entusiasmo. Dipenderà molto da noi tre, ma anche dagli sponsor e dai soci...».

Cioè?
«Quando ci siamo riuniti, Doriano Tosi ha chiesto ai tre soci una cosa che io sottoscrivo: “Se volete fare un campionato di transizione, questa è la cifra da spendere. Se volete vincere il campionato, le risorse da spendere sono queste altre”. Quindi, e vengo anche agli sponsor, se non ci sono le risorse adeguate non ci sono altre vie che un campionato di transizione. Non esiste spendere poco e vincere, capita una volta ogni cinquant’anni».

Continuerà nel suo lavoro di presidente in Mulini Industriali?
«Certamente. Continuerò ad andare a lavorare tutti i giorni, non è che vengo a fare il capoufficio in Reggiana (sorride, ndr). Io sono qua con i miei pregi e i miei difetti. Lo dico a sponsor e tifosi: questa sarà una Reggiana costruita da un gruppo dirigente che farà della serietà e della trasparenza il proprio DNA. È un’immagine che dobbiamo trasmettere a tutti e, finché sarò qui, questo sarà il mio obiettivo. Non sarà sufficiente per vincere, ne sono convinto, però questo aspetto non mancherà mai. Qui di “casini” non ne faremo e, se non potremo fare una cosa, lo diremo con grande serietà».

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