Andrea Costa ha collezionato oltre 300 presenze tra i professionisti tra il 2004 e il 2021 © AC Reggiana 1919
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Costa: «Chiudere a Reggio è stato fantastico. Non vedo l'ora di allenare»

«Finire il mio viaggio alla Reggiana è stato un motivo di grande orgoglio e l'epilogo giusto di una carriera di cui vado fiero»

Gian Marco Regnani Gian Marco Regnani
26.06.2021 12:00

Era il 1° febbraio del 2004 quando mister Antonio Sala decise di fare un regalo di compleanno a un giovanissimo terzino, schierandolo in campo al “Giglio” contro il Novara. Da quel pomeriggio di 17 anni fa la carriera di Andrea Costa ha lentamente spiccato il volo fino a toccare la vetta della Serie A e ieri si è ufficialmente conclusa un anno prima della scadenza naturale del suo contratto con la Reggiana, squadra che ha riabbracciato nel 2019 dopo tanti anni passati nelle categorie superiori. Nel futuro dell'ex difensore classe '86 ci sarà ancora il mondo del calcio e la Reggiana poiché a breve inizierà a ricoprire il ruolo di collaboratore tecnico della formazione Under 17.

Andrea, la scelta di appendere gli scarpini al chiodo è una decisione che parte da lontano?
«Sì, era da tanto tempo che riflettevo e penso di avere preso questa decisione nel momento giusto, in accordo con la società. Ho sempre detto che avrei giocato fino a quando sarei riuscito a dare tutto e ora a 35 anni non è più possibile».

Negli ultimi due anni non sono mancate le emozioni per te…
«Nel 2019 ho scelto di tornare a vivere nella mia città dopo tanti anni passati in giro per l'Italia sono riuscito finalmente a trascorrere del tempo con la mia famiglia tornando a vestire la maglia della squadra che mi ha lanciato nel calcio professionistico. Vincere subito e riportare la Regia in Serie B dopo 21 anni, al termine di un campionato fantastico vincendo i playoff in un periodo stranissimo segnato dal Covid, è stato come vivere un sogno. Sono stati due anni carichi di emozioni che porterò sempre con me».

L'unico rammarico è quello di non essere riusciti a salvare la categoria?
«La Serie B è un campionato difficile e certe categorie bisogna sapersele meritare. Non credo che fossimo tanto inferiori rispetto alle squadre che ci hanno preceduto, però con qualche episodio positivo in più credo che ce la saremmo potuta giocare. Ad ogni modo la retrocessione non deve essere vissuta come la fine del calcio a Reggio ma come uno stimolo a fare le cose in maniera migliore in futuro».

Facciamo un passo indietro ai primi anni duemila, quando eri ancora uno studente del liceo “Moro”…
«Quello fu un periodo bello ma complicato perché venni catapultato ad appena 18 anni nel mondo dei grandi quando ancora ero impegnato sui libri di scuola. Ricordo con piacere l'esordio in casa con il Novara e la mia prima rete da professionista a Fermo nel dicembre del 2004, un colpo di testa da calcio d’angolo su assist di Giandomenico».

Pochi mesi dopo arrivò la chiamata del Bologna, e dopo un breve passaggio nelle giovanili rossoblù iniziò un percorso che ti portò fino alla Serie A…
«Devo ringraziare tantissimo mister Ulivieri che fu il primo a credere in me. Ho dei ricordi piacevoli anche della stagione esaltante ad Empoli con mister Giampaolo. Il gol della vittoria segnato a San Siro contro il Milan nel 2012 alla prima giornata di campionato, quando giocavo per la Sampdoria, è stata la ciliegina sulla torta della mia carriera. Un percorso irto di ostacoli ma del quale vado enormemente fiero».

La decisione di intraprendere una nuova carriera da allenatore quando l'hai presa?
«Anche questa è una decisione che viene da lontano. Preciso che non posso ancora allenare, ma intanto mi sono iscritto ad un corso a Coverciano che inizierà a breve per prendere il patentino. Voglio proseguire su questa nuova strada e andare avanti ancora per un po’ nel mondo del calcio…».

C'è qualche allenatore al quale ti ispiri?
«Non ce n'è uno in particolare. Ho cercato di assimilare concetti e idee di calcio diverse tra loro da tutti gli allenatori che ho avuto nella mia lunga carriera: Alvini, Giampaolo, Ulivieri…».

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