Pierpaolo Bisoli scuote la Reggiana: «Farò di tutto per salvarla. Deve godere nella sofferenza»
«Mi sono messo questa tuta per la prima volta e la porterò fino alla salvezza. Ho trovato un gruppo depresso ma con valori importanti: serviranno sacrificio e unità. Darò tutto, i giocatori dovranno uscire dal campo con la maglia sudata per i tifosi»

A poco più di un mese dall’arrivo di Rubinacci, la Reggiana cambia ancora guida tecnica e riparte da Pierpaolo Bisoli. Il nuovo allenatore granata si presenta al fianco del presidente Salerno con il suo solito carattere diretto, senza filtri: parole forti, idee chiare e un obiettivo preciso senza mezzi termini, la salvezza.
Mister, che Bisoli arriva a Reggio Emilia?
«Conoscete il mio carattere: sono stato antipatico a molti di voi, forse… Ma oggi sono un grande tifoso della Reggiana. Mi sono messo questa tuta per la prima volta e la porterò fino a quando non raggiungeremo la salvezza. Non mi vergogno di essere vestito così. Da tre giorni vivo il centro sportivo e ho trovato un ambiente spettacolare. A mia moglie ho detto: “Se non faccio l’impresa di salvarci, dovrò sbattere la testa contro il muro perché c'è l'opportunità di fare qualcosa di importante nella prossima stagione”. Vivrò 24 ore su 24 con la consapevolezza di dover portare la nave in porto. Come? Non lo so, ma farò di tutto per riuscirci. Sarò leale con i giornalisti: se dico che un giocatore sarà titolare, giocherà. Salvo ripensamenti durante la notte. Ma non credo che nascondere le formazioni aiuti a vincere. Sono un allenatore atipico: non mi sponsorizzo, non ho procuratore. Dico sempre la verità, anche sulle formazioni. Si vince con il lavoro e con l’unione, non con i segreti».
Che sensazione le dà vestire la maglia granata?
«Ho trovato un posto fantastico, con persone genuine. Se non riuscirò a salvarla sarà un cruccio che mi porterò dietro tutta la vita. Credo che questo sia un posto dove si può lavorare bene. Si vede che c’è lo zampino del direttore Goretti che ho avuto per tre anni. E questi primi tre giorni sono stati belli. La situazione chiaramente è brutta ma intanto dico che dobbiamo andare ai playout».
Quale obiettivo si pone?
«Il primo è il quartultimo posto, poi se saremo bravi potremo arrivare quintultimi e, se saremo bravissimi tutti insieme, centrare la salvezza diretta. Ho bisogno di tutti: presidente, giornalisti, tifosi, magazzinieri. Solo uniti possiamo salvarci. Aggiungo inoltre che so cosa stanno passando Rubinacci e Dionigi, sono loro vicino: ho subito 9 esoneri ma la ruota gira per tutti e non bisogna fare drammi per un esonero. Capita anche ai migliori al mondo».
Che rapporto vuole instaurare con l’ambiente?
«I tifosi sono fondamentali. Quelli granata li conosco: sono stato un loro acerrimo nemico, ma qui ho sempre trovato rispetto. Prometto dedizione totale. Se si perde sarò il primo a prendermi i fischi, se si vince sarò l’ultimo a prendermi gli applausi. Non prometto fumo, ma sostanza».
Che squadra ha trovato dopo il primo colloquio con i giocatori?
«Un gruppo depresso. I giocatori non sono supereroi, ma uomini che vanno aiutati anche da fuori. Hanno qualità importanti, ma manca qualcosa che in Serie B è fondamentale: vincere i contrasti. A Chiavari per esempio ne hanno vinti pochissimi. Da lì dobbiamo ripartire».
Come nasce il primo contatto con la società?
«Domenica sera mi ha chiamato il direttore sportivo. In passato avevo rifiutato un’altra sua proposta per un’altra squadra, pensavo ci fosse attrito invece no. Gli ho detto subito le mie regole: sono aziendalista, ma la formazione la decido io».
Conosce già diversi giocatori della rosa…
«Sì, ho allenato Seculin, Bozhanaj, Papetti, Bertagnoli, Rover e Belardinelli tra Modena, Brescia e Südtirol».
Si partirà dalla fase difensiva?
«Abbiamo preso 50 gol, è evidente che dovrò mettere mano lì. Datemi due o tre giorni per valutare bene. Sono maniacale nel lavoro e non guardo in faccia a nessuno: con me gioca chi lo merita».
Cambierà modulo?
«Non sono bravo a bluffare: giocheremo con la difesa a quattro. Ma i moduli non fanno vincere, conta come si lavora e come si interpreta la partita».
Che approccio avrà con il gruppo?
«Traccio una linea: il bene della Reggiana viene prima di tutto. Chi vuole stare dentro è il benvenuto e io farò la guerra per lui. Chi non è pronto a faticare lo dica subito. Proteggerò sempre i giocatori: gli errori saranno miei. Però serviranno regole. Ad esempio, ho chiesto quante cene di squadra avessero fatto: nessuna. Le faremo, perché servono anche momenti così».
Cosa l’ha convinta ad accettare?
«Ho visto la Reggiana tre volte dal vivo, due volte ha vinto con Bari e Cesena, e ogni volta ho pensato: “Questa è la mia squadra”. Ha fisicità e gamba, ma manca qualcosa che dobbiamo trovare. E poi guardo avanti: se ci salviamo, con due o tre ritocchi si può fare qualcosa di importante».
Servirà più lavoro mentale o tattico?
«La testa è fondamentale. Devo liberarla dalle negatività e trasformarle in energia positiva. Fisicamente la squadra sta bene, anche se abbiamo davvero tanti infortunati. Sono fuori Paz, Tripaldelli, Bozzolanl, Sampirisi, Rozzio… E di questi da qui alla fine della stagione recupereremo forse solo Tripaldelli. Poi abbiamo fuori oggi Gondo e Micai per un piccolo problema muscolare di qualche giorno. Da me non avrete notizie false».
I numeri però sono preoccupanti…
«Io non guardo i numeri. A Bolzano dicevano che stavamo troppo nella nostra metà campo creando poche occasioni da gol e invece siamo arrivati quinti sfiorando la Serie A, persa dopo che si è infortunato Belardinelli. Conta il lavoro di gruppo. Io i miei giocatori non li cambierei con quelli delle altre squadre, sono sincero».
Che tipo di squadra vuole costruire?
«Una squadra che gode nella sofferenza. Voglio giocatori che soffrano e stiano bene nel farlo. In allenamento lavoreranno duro, perché in partita dovranno fare lo stesso».
Come si ritrova pericolosità in attacco?
«Non è solo una questione tattica. Sono etichettato come difensivista o catenacciaro, ma gioco con due punte o esterni offensivi. I giocatori vanno messi nelle condizioni migliori per rendere. La squadra dovrà muoversi compatta su 30-40 metri».
Cosa si aspetta dalle prossime partite, di cui ben quattro in casa?
«La prima con il Pescara è fondamentale. Dobbiamo essere noi a dimostrare al pubblico che qualcosa è cambiato. La gente vuole vedere una squadra che lotta, che esce dal campo sporca. E io sono il primo a volerlo».
Può avere spazio un talento come Girma nella sua idea di calcio?
«Ho lanciato giocatori come Diamanti, Nainggolan e Parolo. Se uno ha qualità ma non rincorre l’avversario, con me non gioca. Con Girma ho già parlato: il talento da solo non basta».
Rover può adattarsi a più ruoli?
«Non voglio criticare i miei predecessori, ma secondo me è un esterno d'attacco alto. Con me ha fatto un grande campionato partendo da centrocampo in su, con tanto spazio alle spalle».
Ha già fatto un “voto” per la salvezza?
«Non ancora, ma lo farò e voglio coinvolgere anche la città».
Carlo Mazzone è il suo esempio?
«È un'icona del calcio italiano e se ci fosse adesso sarebbe ancora all'avanguardia. Da lui ho imparato tanto e va ricordato per quello che era: ha insegnato la dottrina del lavoro, lottando alla pari contro i grandi con squadre non di grande caratura».
Che effetto fa lavorare con suo figlio Davide, match analyst?
«Non avevo difficoltà allenare mio figlio Dimitri a Brescia, non ne ho ora. Davide lavora da 6 anni con me, ma adesso ho 30 figli in squadra. È qui perché lo merita».
Un ultimo messaggio all’ambiente granata?
«Remiamo tutti dalla stessa parte. Anche un 6 in pagella che diventa 5,5 può fare la differenza, perché i giocatori leggono tutto. Io leggo le critiche e cerco di trasformarle in stimolo. Ma serve unità: solo così possiamo salvare la Reggiana».


