Dionigi: «Mercato condiviso, ora un nuovo percorso. Andiamo a Catanzaro per fare una partita importante»
«L’ambiente si era un po’ appesantito, con i nuovi innesti si respira un’aria fresca. Gruppo allargato? Devo essere bravo a schierare chi sta meglio, valutando gli atteggiamenti: non c’è spazio per gli egoismi. Per salvarci va alzata la media punti»
A 48 ore dal match contro il Catanzaro, mister Davide Dionigi fa il punto sul mercato invernale, sulle nuove energie portate dal gruppo rinnovato e sul momento della squadra, chiamata nuovamente a trasformare le prestazioni in risultati a partire dalla difficile sfida del “Ceravolo”. La partenza dei granata per la Calabria è prevista venerdì mattina con un volo da Bologna diretto a Lamezia Terme, a seguire l'allenamento di rifinitura direttamente a Catanzaro.
Mister, qual è il suo giudizio sul mercato?
«Penso che sia stato un mercato condiviso sugli obiettivi che potevamo raggiungere. Il mercato di gennaio non è facile: chi ha giocatori forti se li tiene e individuare profili sia funzionali sia pronti non è semplice. Per quello che abbiamo potuto fare è stato condiviso in pieno. È normale dire che si può sempre fare meglio, si poteva raggiungere qualcos’altro, ma quello che abbiamo fatto era ciò che si poteva in questo momento».
Gli ultimi arrivati sono dunque pronti?
«Ci sono due categorie di giocatori. Quelli che magari erano fuori da un progetto e si allenavano a parte, come avevamo anche noi, e quindi hanno perso l’ultimo mese o mese e mezzo, perché le squadre tendono a metterli un po’ da parte in avvicinamento al mercato. E poi ci sono quelli che, pur giocando poco, si sono sempre allenati con la squadra: faccio l’esempio di Paz, di Belardinelli, o di Bozhanaj. Loro non avevano il ritmo partita, che stiamo cercando di dare loro in queste ultime gare. Ora la bravura sta nel gestirli, per non farli infortunare e per metterli nelle condizioni di giocare quando stanno meglio, magari non al 100%, ma almeno in grado di reggere 50–60 minuti. Fumagalli, ad esempio, era più avanti perché ha sempre giocato. La mia bravura deve essere quella di schierare chi sta meglio».
Micai è quasi pronto?
«Sì, è quasi pronto, anche se ha un percorso diverso dagli altri: l’ultima partita l’ha giocata a luglio. Però si è allenato con continuità. La partita è un’altra cosa, ma è un portiere di grande esperienza e personalità. Lo conoscevo già da avversario e ora anche personalmente. Può darci una mano, come lo sta facendo Seculin, che si è espresso bene in queste due partite e ci ha dato sicurezza dietro. In questo periodo dell’anno un po’ di esperienza in più non fa male».
Spostiamo il focus sulla partita del “Ceravolo”: che squadra è il Catanzaro?
«È una squadra che viene da un periodo non positivo, ma che ha sempre offerto prestazioni importanti. Ha una precisa identità, giocatori di qualità, un gioco ben delineato e molto palleggiato con interscambiabilità di ruoli, e due o tre individualità che in Serie B spostano gli equilibri. Noi dobbiamo continuare la striscia di prestazioni fatte finora: abbiamo incontrato le prime tre o quattro della classe e abbiamo retto con tutte. Anche domenica, al netto dei primi 15 minuti sbagliati per varie attenuanti, la partita è stata rimessa sotto controllo e recuperata, e secondo me avremmo meritato anche di vincerla. Dobbiamo continuare così, inserendo i nuovi. Nelle ultime due settimane si respira un’aria più fresca, anche perché alcune vicissitudini avevano un po’ appesantito l’ambiente. Le nuove facce invece hanno portato vivacità e brio».
I tifosi spesso lo criticano, ma Gondo era tra i più richiesti sul mercato.
«In realtà abbiamo avuto tanti giocatori richiesti, ed è un merito di tutti: mio, di chi li ha scelti e della società. Negli ultimi anni non ricordo grandi cessioni a livello economico nella storia recente della Reggiana, quindi vuol dire che è stato fatto un lavoro di valorizzazione. Anche Marras ci è stato pagato. Gondo è un ragazzo su cui non si può dire nulla per impegno e dedizione. È molto sensibile e quando sente fiducia la ripaga con l’impegno. Sono contento che sia tornato al gol: non è stato un caso, era una situazione di gioco studiata, con una pressione alta sul portiere avversario. Cedric l’ha interpretata bene e sono felice per lui».
Sta pensando a centrocampo a cinque più muscolare?
«Un centrocampo più muscolare è una possibilità, ma non vorrei intaccare una fase offensiva che, pur migliorabile, ci ha portato a segnare un numero importante di gol. Abbiamo inserito giocatori di qualità davanti, come Bozhanaj e Fumagalli, senza dimenticare Lambourde. Sono soluzioni che si possono valutare in alcune partite. La Reggiana ha sfruttato abbastanza bene il potenziale offensivo, forse poteva fare ancora di più in termini di occasioni. Abbiamo sempre giocato con due, tre o quattro attaccanti».
La nuova concorrenza nello spogliatoio può dare una scossa emotiva al gruppo?
«Sì. In alcuni momenti siamo stati in difficoltà numericamente per infortuni, squalifiche e altre vicissitudini. Ci sono stati periodi in cui mancavano anche cinque o sei giocatori, e questo incide sullo sviluppo dell’idea di gioco e sui meccanismi. Ora vedo i giocatori nuovi molto motivati, con voglia di rivalsa, e soprattutto vedo concorrenza: nei doppi ruoli siamo completi e sanno che si giocano il posto. Sono tutte cose che possono solo fare bene».
Tornando alla Juve Stabia: inizio scioccante, poi una grande reazione. A cosa è dovuto?
«Siamo partiti un po’ impauriti, venivamo da un periodo di sconfitte e mentalmente pesano. Sarebbe stato facile naufragare, invece abbiamo preso in mano la partita. Loro nei primi minuti, con un aspetto tattico, ci hanno messo in difficoltà, poi quando siamo andati più a uomo abbiamo controllato la gara. Tolto un tiro da fuori nel primo tempo, le occasioni vere le abbiamo avute noi. Anche l’episodio del pareggio nasce da una pressione studiata. La squadra ha sempre lottato 90 minuti, contro Frosinone, Cesena, Venezia. Questo mi fa ben sperare».
Ora la rosa è ampia: come pensa di gestire il gruppo?
«Mi è già capitato di avere rose anche più ampie. Nessuno mi può imputare incoerenza nella gestione del gruppo: il criterio di giudizio sarà la coerenza oltre agli atteggiamenti. Inizia un percorso quasi nuovo, come fosse un nuovo campionato. Da qui alla fine non si può sbagliare, altrimenti non si capisce il momento che stiamo vivendo. Non accetto egoismi personali. Ad ogni modo, questa fase deve essere gestita in modo molto snello».
La Reggiana ha sempre risposto, anche dopo sei sconfitte. Come lo spiega?
«Non penso che un allenatore rimanga su una panchina per simpatia, ma per il lavoro fatto. Da aprile scorso a oggi c’è stato un grande lavoro non solo nei risultati, ma nella gestione, nella valorizzazione e nella condivisione con la società. La Reggiana ha sbagliato poche partite: il dispiacere è non aver raccolto quanto meritato. Gli allenamenti sono la gioia di un allenatore quando vedi che i giocatori credono in quello che fanno. Sarebbe stato facile smettere di crederci dopo tante sconfitte, invece li vedo sempre sul pezzo. Molti giocatori sono migliorati fisicamente e tatticamente, e questo fa credere nel lavoro. Ora dobbiamo trasformare tutto questo in risultati. Come ha detto il direttore Fracchiolla, prima di Natale molti atteggiamenti erano cambiati e ne abbiamo pagato le conseguenze. Ma da gennaio in poi non ho nulla da rimproverare ai ragazzi».
I numeri dicono che 21 punti non bastano a questo punto della stagione: è necessario alzare la media.
«Assolutamente sì. Nel girone di ritorno si guarda anche il calendario: abbiamo affrontato le prime quattro o cinque in classifica, poi avremo molti scontri diretti in casa. La media va rialzata, a partire da Catanzaro, dove dobbiamo fare una partita importante. Con due gare ravvicinate, qualcuno giocherà domani, qualcuno martedì: è fisiologico. Spero che i nuovi ci diano freschezza e che qualcuno possa partire dall’inizio. Sono molto positivo sulla situazione che si è creata, probabilmente ne avevamo bisogno anche a livello psicologico».
Quanto incide l’essere stati grandi calciatori nel percorso da allenatore?
«Io sono partito dalla Lega Pro. Chi è stato un grande calciatore, io ero solo normale, ha avuto grandi allenatori e questo può aiutare. Ma non è fondamentale: ci sono stati grandi campioni che non sono stati buoni allenatori. Allenatori non si nasce, si diventa, con un percorso fatto di cadute e di imprese. Il nome che si ha all’inizio può aiutare, poi devi dimostrarlo sempre sul campo».


