Igor Protti, i gol e la dignità fino all’ultimo giorno. In granata una stagione che non dimenticò
L’ex attaccante della Reggiana ricordava così la sua esperienza in granata: «Ho sempre indossato tutte le maglie con grande senso di responsabilità e i reggiani me lo hanno riconosciuto. Sono rimasto solo 8 mesi, ma torno sempre con affetto»
L’ultima immagine è di un paio di settimane fa: lui, sofferente, sostenuto dal figlio mentre sta coronando l’ultimo sogno: accompagnare all’altare la figlia Noemi. Igor Protti, lo zar delle aree di rigore, ci ha lasciati a soli 58 anni. Ha combattuto duramente, come era sua abitudine contro stopper rocciosi e più alti e grossi di lui, ma alla fine ha dovuto arrendersi al tumore al colon. Lo vogliamo ricordare riproponendo un articolo scritto alla vigilia di uno degli ultimi Reggiana-Bari, due squadre, due tifoserie, due città che gli hanno voluto bene.
Ottimi ricordi di entrambe le piazze, anche se a Bari ha vinto e raggiunto il top della carriera, con 24 reti, il titolo di capocannoniere in Serie A assieme a Beppe Signori e una grande empatia con la curva anche per, si dice, comuni ideali di natura politica, mentre a Reggio ha dovuto bere l’amaro calice della retrocessione in Serie C. Igor Protti, tra l’altro, con la maglia del Bari nel campionato di Serie A 1994/95, ha messo a segno anche il gol dell’unica vittoria in quel di Reggio dei galletti pugliesi e condivide con Hubner il fatto di aver vinto la classifica marcatori in tutte e tre le serie professionistiche: Serie A, B e C. Nato a Rimini il 24 settembre 1967, ma livornese d’adozione – gli è stata anche conferita la cittadinanza onoraria –, un anno fa non ha fatto mistero di essere gravemente malato. La diagnosi parlava di tumore al colon e, nonostante ripetute sedute di chemioterapia, ultimamente il male si era esteso alla colonna vertebrale. Reggiana e Bari, assieme a Messina, Lazio, Napoli e Livorno, sono le tappe di una carriera che lo ha visto sfiorare anche la maglia dell’Inter, contrassegnata da tante reti e, successivamente, da un’esperienza dirigenziale nella sua Livorno.
In un’intervista di un paio di anni fa alla Gazzetta di Reggio parlò così della sua avventura in granata. «La ricordo con piacere. Io sono stato tifoso prima che calciatore, ho sempre indossato tutte le maglie con grande senso di responsabilità, convinto che da chi va in campo la gente si aspetti prima di tutto impegno, attaccamento, il dare sempre tutto. Poi puoi vincere o perdere, fa parte del gioco e questo la tifoseria di Reggio me lo ha sempre riconosciuto. Sono stato lì solo 8 mesi, ci torno volentieri perché sento ancora affetto». Sul campo le cose andarono male… «Era un momento particolare anche della mia carriera, ero reduce da un brutto infortunio alla caviglia. Comunque alla fine misi a segno 8 reti, se non sbaglio, in 24 presenze. A livello personale non mi posso lamentare, purtroppo quando arrivai la situazione era già un poco compromessa».


