Marroccu: «Dobbiamo costruire una squadra ambiziosa. Il futuro della Reggiana è la sostenibilità»
Il nuovo dg: «Nessuna competizione con Bernardi: sono qui per coordinare, offrire la mia esperienza e valorizzare chi c'è già. Non faremo nulla contro la volontà di Amadei. Affronteremo almeno otto squadre di livello, vogliamo essere protagonisti»
Francesco Marroccu si è presentato oggi alla stampa nella sede della Reggiana di via Brigata Reggio. Il nuovo direttore generale dell'area tecnica, operativo dallo scorso 5 agosto, ha parlato del suo arrivo in granata, del rapporto con Marco Bernardi, del mercato e della situazione societaria, senza tralasciare gli obiettivi per la stagione e il progetto legato al settore giovanile.
«Ho 60 anni e mi considero un direttore sportivo di vecchia generazione - ha esordito Marroccu davanti ai microfoni - Negli ultimi anni di carriera ho capito che volevo mettere a frutto la mia esperienza per avere una visione d'insieme del club, avendo ricoperto ogni ruolo: dal segretario generale al team manager, fino al direttore sportivo. La mia carica alla Reggiana sarà quella di direttore generale, con un occhio particolare all'area tecnica che è la mia estrazione e la mia natura. Prima di iniziare, però, voglio fare un grande in bocca al lupo al patron Amadei, dimesso ieri dall'ospedale: a lui auguro tanta salute, questa società ha la fortuna di avere alle spalle una delle famiglie più importanti della regione».
Direttore, ci racconta il percorso che l'ha portata a Reggio Emilia e quando è nato il contatto con la Reggiana?
«La Reggiana entra nella mia testa quando Roberto Goretti sta per passare alla Fiorentina e il presidente Salerno mi contatta per sapere se potevo prendere il suo posto, ereditando un club in grandissima salute. Era una richiesta che rientrava nelle mie valutazioni, ma avevo già preso accordi con l'Hellas Verona e quindi non se ne fece nulla. Successivamente sono stato contattato da un gruppo che mi ha proposto di dare un parere, un giudizio sul valore della Reggiana, con l'idea di poterla acquistare e di lavorarci dentro come general manager. A quel punto ho studiato i numeri e devo fare i complimenti alla gestione amministrativa della Reggiana: non mi era mai capitato di vedere i bilanci di un club fatti con i decimali. Mi aveva colpito perché acquistare la Reggiana non significava fare un salto nel vuoto, ma affrontare una cosa molto lineare perché il club era molto ben gestito. Dal punto di vista tecnico il mio parere era positivo, poi non se ne fece nulla (nell'estate 2025, ndr). Abbiamo perso i contatti fino a un'altra telefonata, che collocherei tra dicembre e gennaio. In quel momento, però, un ingresso in corsa non mi stimolava. Poi, tra fine luglio e inizio agosto ho incontrato il presidente Salerno e il vicepresidente Fico al centro sportivo. Mi hanno spiegato quali potevano essere le esigenze del club e lì, per me, è stata la chiusura di un cerchio. Ho avuto la fortuna di incontrare nella mia carriera tantissime leggende che sono passate da qui e Reggio mi è sempre sembrata una piazza molto stimolante. Ho ascoltato i racconti di Gianfranco Matteoli, ho assistito alla presentazione del libro di Nico Facciolo e, per la prima volta, ho conosciuto davvero questa realtà, anche perché nella mia carriera non avevo mai giocato contro la Reggiana. Per me è stata una grande scoperta».
Il suo lavoro sarà più in sede o al fianco del direttore sportivo Marco Bernardi?
«Il mio lavoro sarà dappertutto. Ho trovato in società delle figure apicali, dei capi area: il direttore operativo Simonelli, il direttore sportivo Bernardi, Montanari per la comunicazione. Il mio sarà un lavoro di coordinamento della società, seguendo l'operato di questi bravissimi professionisti e mettendo a disposizione la mia esperienza. Non sarò né il direttore operativo né il direttore sportivo, ma un direttore generale che mette a frutto le proprie esperienze. Alla mia età sono contento di quello che ho fatto e non ho nessuna voglia di essere in competizione con queste figure. La cosa più bella è la valorizzazione dei talenti, che è quello che ho fatto anche in precedenza. Poter lavorare con Marco e Nicola, che considero il mio braccio destro e il mio braccio sinistro, sarà per me un onore e un piacere».
Lei è stato definito una possibile "testa di ponte" per una futura cessione della società. È veramente così?
«La definizione di testa di ponte non mi si addice per niente. Sono stato contattato da un gruppo che voleva comprare, ma io non faccio né l'intermediario né sono un portatore di investitori. Voglio anche dire una cosa: secondo me è sgradevole che, in occasione dello stato di salute di un azionista che qui ha fatto la storia, si possa fare uno sciacallaggio di questo tipo. È veramente odioso e antipatico. Amadei rimane il nostro punto di riferimento e va rispettato soprattutto in questo momento. Ho letto tutto quello che ha detto e ha parlato del suo desiderio di fare una squadra ambiziosa e di non vendere fino a fine anno. Possiamo fare cose diverse da quello che dice il patron? No. Io sono venuto qui per fare il direttore generale, al fianco di persone che hanno ruoli apicali importanti, e per dare una mano. Per quanto riguarda eventuali vendite, il consiglio di amministrazione ha nominato un advisor, Corrado Baldini, che farà in modo che tutti noi possiamo pensare a lavorare senza essere distratti dalle questioni societarie. Noi dobbiamo lavorare sul campo e in sede; per le questioni relative alla vendita ci penserà Baldini. In questo momento, per rispetto di Amadei, non bisogna assolutamente toccare questi argomenti».
Come ha trovato la squadra? E dove può essere completata?
«Facciamo oggi un'eccezione, perché dobbiamo darci una linea programmatica: di calciomercato e di gestione della squadra parlerà sempre Marco Bernardi, perché ha il titolo e le competenze e mi fa piacere che questo venga seguito in maniera molto chiara. Detto questo, bisogna fare i complimenti a chi mi ha preceduto per aver messo nel momento giusto un allenatore perfetto per gestire questa situazione. Abbiamo a che fare con una persona navigata ed esperta che, in un momento con tanti cambiamenti, a partire dall'uscita di Doriano Tosi e Vacondio, poteva trovarsi davanti a degli scossoni. Invece Attilio Tesser ha tenuto la barra dritta ed è rimasto al suo posto. La prima cosa che ho notato è che abbiamo una bella colonna centrale. Per il resto ho trovato una squadra che si allena molto bene, gestita benissimo da quella che chiamo la "squadra fantasma": il team manager, i medici, i fisioterapisti, i magazzinieri, i giardinieri e aggiungo anche la donna delle pulizie. Sono arrivato alle 7 del mattino e ho visto tutta la sequenza di come lavora la società: non ho nulla da eccepire. Devo stare attento io a non fare danni».
Il mercato sarà quindi interamente affidato a Bernardi o potrà incidere anche lei?
«Il lavoro di un club è un lavoro di team. Il nostro alfiere è Marco Bernardi: chi apre i tavoli è lui, poi ci si ragiona insieme. Acquistare o vendere non significa soltanto dire "mi piace il giocatore". C'è un discorso finanziario e un discorso tecnico che deve passare attraverso l'allenatore. Dire chi si occuperà del mercato è quindi una definizione molto limitativa. Se ne occupa Marco Bernardi perché è il nostro direttore sportivo e ha il titolo per farlo, coadiuvato da tutte le persone che nell'operazione possono avere titolo per dare una mano. Se serve una mano numerica ci penserà Nicola, se serve una mano di relazioni potrei essere utile io, mentre l'allenatore può dire sì o no e potrebbe addirittura bloccare un'operazione oppure favorirla. È un lavoro di gruppo. Non è importante chi fa cosa, l'importante è il risultato finale. Il club lavorerà come un team e Bernardi sarà il nostro portavoce all'esterno di tutto quello che verrà fatto».
Per cosa vorrebbe essere ricordato a Reggio?
«Intanto per una rarità: riuscire a pensare una cosa, dirla e farla. Questa sarebbe la cosa più importante. Non vorrei essere ricordato come uno che parla e poi non dà seguito a quello che dice. Nello specifico, noi dobbiamo costruire una squadra ambiziosa».
Avrà modo di conoscere Romano Amadei?
«Sarebbe un onore. Sono quelle figure che nell'immaginario popolare sono protette nel loro castello. Io sono proprio curioso di capire che personaggio sia. Leggendo tutte le sue battute e le sue interviste, lo vedo come una persona molto lucida. Dice cose mai banali e molto ficcanti e credo che ogni sua parola abbia un peso nell'economia di chi lavora in questa società, perché può indirizzare il vento. Sono molto incuriosito dalle qualità della persona e cercherò in ogni modo di conoscerlo».
Lei ha avuto un rapporto particolare con Massimo Cellino. Che cosa è successo tra di voi?
«Lui dice che non lavoro più come ai tempi di Cagliari, ma in realtà lo fa per provocazione. Tutto è iniziato dopo la promozione in Serie A con il Brescia: io non andai a festeggiare perché, secondo me, l'obiettivo doveva essere quello di arrivare primi avendo ancora alcune gare da disputare. Andai nel suo ufficio e avemmo un durissimo scontro verbale. Alla fine vincemmo il campionato, ma alla premiazione me ne andai senza ritirare la medaglia. Da lì sono seguiti la sospensione e le vie legali, che mi hanno tenuto fermo per sei mesi in cui non riuscivo a svincolarmi; quando finalmente ci sono riuscito, sono andato al Genoa, ottenendo la salvezza proprio a discapito del Brescia. Successivamente sono tornato a lavorare con Cellino, e lui stesso ha ammesso di aver sbagliato a mandarmi via».
Ha lavorato in numerose piazze importanti. Quali ricorda con maggiore affetto?
«A Nuoro avevo appena smesso di giocare. Per fare un patto con mio padre, professore e ispettore, feci finta di studiare medicina: ci tengo a chiarire che non sono un medico, studiavo solo per dare un piacere ai miei genitori, ma avevo il pallone al posto del sangue. La Nuorese è stata la mia porta verso il professionismo: vincemmo l'Eccellenza, eravamo primi in Serie D e mi chiamò il Cagliari. Ascoli è stata un'esperienza fantastica, quasi un "feudo medievale". Per l'isolamento ricordava Cagliari: non veniva mai nessuno a trovarci. Lì ho vissuto uno degli anni più belli e formativi della mia vita, salvandoci all'ultima giornata. A Salò, con la FeralpiSalò, ho conosciuto il presidente Pasini. Dopo anni con Cellino, lui mi chiamava alle otto di sera invece che alle quattro del mattino e mi chiedeva: "Direttore, disturbo?". Gli rispondevo che un presidente così educato potevo solo sognarmelo. Una persona perbene e una società di alto livello. Il Genoa è stato un'altalena di emozioni. In due anni con Preziosi abbiamo esonerato, venduto e comprato l'impossibile. Posso dire di essere rimasto nella storia come l'ultimo direttore sportivo della sua era. A Verona, invece, ho capito che dovevo cambiare ruolo. Eravamo in grande difficoltà, così chiamammo Sogliano e io passai a fare il direttore dell'area tecnica. Lì ho compreso che la mia vera qualità era la gestione, non il mercato. Comprare e vendere dura un mese, ma gestire dura un anno intero: se gestisci bene, fai rendere anche chi è stato pagato male. Ho avuto la fortuna di lavorare per grandi tifoserie: Cagliari, Genoa, Ascoli, Brescia, Verona e ora Reggiana. Ho pescato il meglio: piazze passionali, con anima, dove devi rendere conto alla gente».
Che idea si è fatto della Serie C e delle avversarie che attendono la Reggiana?
«Intanto voglio fare un discorso generale che riguarderà proprio la gestione del club. Il calcio è in un momento di grandissima criticità e tutte le risorse stanno andando verso le competizioni internazionali. Qui a Reggio abbiamo già fatto un grandissimo passo verso quello che sarà il futuro: essere legati al territorio e avere la forza degli sponsor e dei tifosi contribuenti che, proprio la settimana scorsa, in un momento di difficoltà e con pochissimi appelli, hanno risposto presente. Il futuro del calcio, in questa categoria ma anche più in alto, è la sostenibilità. I mecenati come Amadei, come Moratti e Agnelli appartengono a un'epoca che è finita. Oggi il vero segreto di una società seria è partire dal settore giovanile. A questo proposito, la Reggiana ha già una struttura ben organizzata e si sta lavorando per sistemare i campi, l'irrigazione e tutto ciò che serve per far crescere i ragazzi. Un'altra medaglia che deve mettersi la Reggiana è il fatto che cinque giocatori del settore giovanile siano stabilmente in prima squadra, non per tappare dei buchi, ma perché possono diventare presto anche uomini mercato. Il valore di Cavaliere, Ferretti, Ezinwa e Ledain rappresenta un patrimonio che chi mi ha preceduto ha costruito e allevato. Questa sarà la nostra linea di lavoro: fare diventare il settore giovanile un'eccellenza».
Quali sono gli errori da non commettere nel prossimo campionato?
«L'errore è pensare di essere protagonisti per diritto divino perché siamo retrocessi. Noi non dobbiamo fare un campionato da protagonisti: noi vogliamo farlo. È una differenza di verbo che cambia tutto. "Vogliamo fare" significa impegnarsi per farlo. Il nostro girone, per me, è il più difficile dei tre. Il girone A ha un'unica battistrada che secondo me sarà il Brescia. Il girone C, che è notoriamente il più difficile, ha tre o quattro squadre che si contenderanno il primo posto. Nel nostro girone vedo almeno otto squadre di livello. È il campionato più equilibrato e quindi potrebbe essere il più difficile. Oppure, se siamo bravi, potremmo prendere punti da tutti. È un campionato da prendere con le pinze».


