foto Gianni Munarini
foto Gianni Munarini

Emozioni forti, scelte di cuore e tanta voglia di incidere subito: Alessandro Micai, portiere classe 1993 e nuovo numero uno granata, racconta l’arrivo alla Reggiana, il debutto nel derby e il senso di responsabilità che prova nel trascinare la squadra fuori dalle difficoltà.


Quando ti hanno chiesto di venire a Reggio, cosa hai pensato?
«Le prime sensazioni sono state subito positive. Mi hanno riportato a quando ero ragazzino: io abito qui vicino, a mezz’ora di strada. Sono in provincia di Mantova, ma comunque verso Reggio. Ho avuto subito un grande desiderio di stare vicino a casa e di poter dare una mano alla Reggiana. È una società in cui ho sempre desiderato giocare: per me è un piccolo sogno che si è avverato e sono davvero contento».

Arrivi in una squadra in difficoltà: che responsabilità senti?
«Sono finito in una realtà che, come altre, sta attraversando un momento complicato. Ma noi siamo giocatori e siamo pagati per risollevarci da queste difficoltà. Cercheremo di riuscirci insieme fino alla fine».

Hai sorriso al destino nel debuttare proprio contro il Mantova?
«Sì, sono stati giorni molto concitati. In tre giorni ho affrontato prima il Catanzaro, che per me era un derby sentito per quello che avevo vissuto a Cosenza, e poi subito il Mantova. Emozioni contrastanti. Tra l’altro, ho un aneddoto curioso: la prima partita del Mantova in Serie B dopo 17 anni era stata proprio contro di me, a Cosenza. È stato tutto molto strano, ma il bello del calcio è anche questo».

Avevi voglia di tornare in Italia?
«Non siamo mai totalmente padroni del nostro destino. Possiamo esprimere delle preferenze e io avevo il desiderio di rientrare in Italia, dopo aver giocato lontano da casa per tanti anni. Quando è arrivata la telefonata della Reggiana non ci ho pensato due volte ad accettare».

Che impressione ti ha fatto Rubinacci e il suo sistema di gioco?
«Il mister è bravo, ci sta dando tanto. I compagni sono sul pezzo, siamo tutti uniti per raggiungere l’obiettivo minimo».

Quali sensazioni hai provato nel debuttare al “Città del Tricolore”?
«È uno stadio che genera grandi emozioni. Il gioco di luci, l’atmosfera, ma soprattutto il pubblico: ci ha sostenuto per tutta la partita. In quel frangente è stato un’arma in più per noi. Sentire la fiducia è fondamentale».

Torniamo all’episodio discusso contro il Mantova: confermi il contatto con Mancuso?
«Per me non è una domanda difficile: le prove TV ci sono state. Io il colpo l’ho sentito, ho anche il bernoccolo. Non c’è nulla su cui fare polemica. Analizzando le immagini a mente fredda, è evidente il tocco di Mancuso, che mi cerca con la tibia. La carica sul portiere è sempre fallo».

Qualcuno ha parlato di sceneggiata…
«Di sceneggiate non ne ho viste. Nell’immediato non ho percepito dolore per l’adrenalina, ma tre o quattro secondi dopo mi sono accasciato come in tante situazioni simili».

Ti hanno colpito le critiche arrivate sui social da parte dei tuoi concittadini mantovani?
«No, fa parte del nostro mestiere. Io non cerco polemiche: ho fatto il mio lavoro. Ora gioco nella Reggiana, tifo Reggiana, tifo i miei compagni e i miei tifosi. Se posso usare tutto quello che ho per vincere una partita, lo faccio».

A Empoli il gol forse era evitabile?
«È stata una svista mia. Probabilmente sarei dovuto arretrare verso la linea di porta, ma sono decisioni che in quei momenti vanno prese in una frazione di secondo. Tante volte ho fatto la scelta giusta, a Empoli no».

Ora arriva l'Avellino che è appena passato nelle mani di Ballardini…
«Il suo curriculum parla per lui. Ha raggiunto traguardi importanti con tante panchine in Serie A, categoria dove io non sono arrivato».

Consiglieresti ad altri calciatori di fare un’esperienza all’estero?
«La rifarei e la consiglio. Ti arricchisce a 360 gradi, come persona e come atleta. Anche se al Cluj non è andata come pensavo, resta fondamentale».

C'è un portiere a cui ti ispiri?
«Come tutti i portieri italiani dico Gigi Buffon. Ma come caratteristiche penso di essere più vicino a un giocatore come Maignan che vive di più la partita e collabora con i compagni, un'espressione del portiere moderno e uno dei più forti al mondo».

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