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Rozzio, il rientro si avvicina: «Dura accettare il tradimento del mio corpo, ma non ho mai pensato di arrendermi»

«Siamo una squadra che si esalta nelle difficoltà, ma non complichiamoci la vita pensando già al derby. Cigagna? Ecco qualche consiglio per lui...»

Gian Marco Regnani
28.03.2019 17:45

Domenica 2 dicembre 2018, al "Braglia" di Modena, Paolo Rozzio giocò l'ultima gara in maglia granata del suo travagliato anno prima di tornare sotto i ferri per risolvere un problema al tendine d'Achille, il terzo infortunio serio in due anni. A poco più di 100 giorni di distanza da quella data, il rientro del capitano granata (alla pari di Spanò) si avvicina...

«Ho ricominciato a correre tre settimane fa, in anticipo sui tempi perché il tendine risponde bene - spiega Rozzio - Mi serviranno ancora due o tre settimane di pazienza per rientrare col gruppo poi dovrò ritrovare la condizione fisica prima di poter scendere in campo».

Qual è la tua giornata tipo?
«Di solito comincio con degli esercizi in palestra alla mattina e proseguo con la riabilitazione all’ora di pranzo, mentre al pomeriggio mi alterno tra Bosco di Scandiano e la piscina».

È ipotizzabile un rientro in tempo per disputare i playoff?
«Direi proprio di sì, ma vorrei anche provare una o due partite prima della fine del campionato senza forzare troppo. Mi ero prefissato come data del rientro il derby del 7 aprile ma il tendine non è ancora a posto e non posso rischiare per una partita di compromettere tutto il lavoro fatto finora».

I tuoi compagni però potrebbero farti un dispetto arrivando primi...
«Il campionato si è riaperto perché alla domenica riportiamo in campo il buono lavoro svolto durante la settimana. Non siamo stati fermi a focalizzarci sui risultati di Modena e Pergolettese ma abbiamo continuato a lavorare sodo e penso che i risultati si siano visti soprattutto con la crescita dei giovani».

Quando hai capito che questa squadra poteva dare una svolta al suo campionato?
«Facendo più di un passo indietro, mi piace ricordare la partita vinta in casa del Ciliverghe: lì ho capito che nelle difficoltà riusciamo ad unirci e a dare qualcosa in più, mentra altre volte da favoriti ci perdiamo in un bicchiere d’acqua. Siamo una squadra giovane: avere la forza di riuscire a venire fuori da delle situazioni difficili è molto importante».

Il derby arriva tra 10 giorni, prima però c’è la sfida all’OltrepoVoghera...
«I derby ovviamente hanno il loro fascino però non dobbiamo snobbare la partita di Voghera: sarebbe un errore madornale pensare solo al Modena anche perché se dovessimo fallire domenica, la sfida ai canarini potrebbe perdere la sua importanza».

Pergolettese a parte, a inizio stagione avresti messo la firma per essere a -2 dal Modena ad un mese dalla fine del campionato?
«Assolutamente sì. Non dobbiamo dimenticare tutte le difficoltà attraversate da agosto in poi, a partire dai campi di allenamento che cambiavano ogni due o tre mesi: onestamente per noi giocatori, ma anche per la dirigenza, i tifosi e tutto l’ambiente sarebbe stato importante avere un punto di riferimento fisso. Speriamo che tutto torni alla normalità il più in fretta possibile».

Com’è stato vivere dalla tribuna gli ultimi tre mesi?
«Ho accusato di più lo stress, probabilmente perché in campo con l’adrenalina diventa più facile allentare la tensione. Sapevo che sarebbe stata dura vedere i compagni da fuori ma almeno il peggio è passato e sto per rientrare e dare il mio contributo come avevo fatto da settembre a dicembre».

Hai mai pensato di arrenderti?
«Mai. Sono giovane, devo ancora compiere 27 anni, quindi la mia carriera può ancora dire molto. Tra le due operazioni che ho subito al tendine, la prima è stata la più pesante dal punto di vista mentale anche perché mi ero appena ripreso dall’intervento al menisco. A dicembre avevo già capito che mi sarei dovuto far operare e nel derby del “Braglia” ho tenuto botta riempiendomi di antidolorifici per giocare. Potevo anche non ricorrere all’intervento ma ciò avrebbe significato restare fermo fino all’estate prossima quindi ho preferito togliermi subito il dente. Il calcio non finisce per due o tre infortuni, anzi mi ritengo una persona fortunata perché c’è chi sta decisamente peggio di me al mondo».

Col senno di poi, hai accusato di più il tradimento del tuo corpo o il tradimento dei Piazza?
«Mi ha dato più fastidio il tradimento del mio corpo, perché di gente come i Piazza penso che ne incontrerò ancora nell’arco della mia carriera. Il mio è un problema genetico che ho ereditato da mia madre: sapevo che anche l’altro tendine era a rischio ma sinceramente non pensavo che sarebbe successo appena un anno dopo il primo stop. A 25-26 anni si è nel pieno della forma fisica con la voglia di spaccare il mondo ed è dura rimanere fermi, ma fa parte del mestiere. Adesso so che non sarà più il tendine a fermarmi».

C’è qualcuno in particolare che ti ha sostenuto in questo mesi difficili?
«Affrontare due riabilitazioni senza l’aiuto della mia ragazza Ilaria forse sarebbe stato insostenibile. Adesso che conviviamo la vedo a tutte le ore del giorno a casa e al Medical Center: mi ha seguito da vicino aiutandomi a recuperare bene dall’infortunio al tendine sinistro, sono sicuro che otterremo gli stessi risultati anche per quello destro».

Durante la riabilitazione hai avuto modo di conoscere Riccardo De Biasi, altro ex granata molto sfortunato...
«È venuto a fare spesso delle visite al Medical Center dopo l’operazione al crociato: è un ragazzo d’oro, mi sarebbe piaciuto giocare con lui per conoscerlo meglio».

Anche se hai giocato poco con loro, molti giovani ti hanno preso come modello di riferimento per crescere...
«Lasciare loro qualcosa di importante e ricevere dei ringraziamente forse è una delle soddisfazioni che mi appaga di più, tanto quanto vincere un campionato. Non sono l’unico a ricoprire questo ruolo però, anche Spanò e Staiti stanno facendo la loro parte».

La vostra grande forza è data anche dal fatto che non c’è tanta differenza di età tra “over” e “under”?
«Sì, alla fine siamo praticamente tutti sotto i 30, con 7-8 anni di differenza al massimo. I nostri giovani sono bravi ragazzi con i quali si può parlare liberamente ed essere ascoltati, anzi mi fa piacere che mi cerchino spesso per uscire insieme e andare a cena».

La regola degli “under” come l’hai vissuta finora?
«Non sono mai stato d’accordo con questa imposizione. A 18 anni ero riuscito a ritagliarmi dello spazio in C2 perché il mister credeva in me, senza qualità non avrei giocato. Vedere adesso un giocatore esperto seduto in panchina per fare scendere in campo un giovane bravo o meno bravo fa un po’ storcere il naso».

La concorrenza in difesa dettata dalla carta d'identità è un problema?
«Lo sapevamo fin dall’inizio che il posto non sarebbe stato assicurato. Con Cigagna in campo, io e Spanò ci siamo spesso alternati senza creare nessun malumore per non citare Narduzzo e tutte le volte che è stato richiamato in panchina a partita in corso. È inutile fasciarsi la testa, la regola non possiamo cambiarla…»

A proposito di Cigagna: da difensore che consigli gli stai dando per migliorare?
«Emanuele è un giovane con delle qualità che io non avevo alla sua età, ha una forza esplosiva notevole nelle gambe. Davanti a sé ha un bel futuro, la Serie C non gliela toglie nessuno. Io gli consiglio solamente di non mollare mai, di rimanere sempre concentrato e quando sbaglia di non preoccuparsi troppo. Mentalmente a volte fatica a riprendersi dopo un errore commesso in partita, ma è un difetto del quale è consapevole e che sta cercando di risolvere da inizio stagione».

Da capitano hai parlato con Dammacco dopo la sostituzione “punitiva” della scorsa domenica?
«Gaetano è un ragazzo tranquillo e solare, ha capito di non essere riuscito a fornire il tipo di prestazione che gli chiedeva il mister ma non ha accusato il colpo. A volte ci sono delle domeniche in cui non si riesce a dare tutto, ma lo sfogo avuto in panchina è un buon segno: vuol dire che ci tiene veramente a questa maglia».

In futuro ti immagini nei panni di allenatore?
«Ammetto che mi piacerebbe molto allenare, continuare a vivere il calcio da una prospettiva diverse da quella del tifoso. Magari più avanti cambierò idea, ma il fatto di riuscire a dare un’impronta a qualcuno sarebbe una grande soddisfazione».

C’è qualche giocatore o allenatore che ha lasciato il segno nella tua carriera?
«Il primo anno a Pisa quando avevo 20 anni imparai molto dal centrale Francesco Colombini, la persona più saggia della squadra. Tra i tanti allenatori che ho avuto ricordo con piacere Colucci, perché sul campo era davvero di una precisione infinita. Ecco, lui ha lasciato una fortissima impronta dentro di me...».

A Reggio però non ha lasciato un bel ricordo: forse non era stato del tutto compreso?
«Colucci è stato un insegnante fenomenale, una persona da ascoltare per chi vuole imparare a fare l’allenatore. ;agari caratterialmente da alcuni non era capito fino in fondo poi quando i risultati non arrivano, come sappiamo bene, il primo a saltare è sempre il mister».

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